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Omertà, l’ombra lunga di una piovra che va oltre lo Stretto e alberga ovunque | EDITORIALE

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La cronaca “nera” giornalistica nazionale ci racconta con assiduità di casi in cui parte della società e sua mentalità culturale abbandona la ragione per dare sfogo al motivo strumentale, personale o di gruppo sociale, maturato e applicato per un crimine, intorno al quale si erge la protezione del silenzio consapevole ed estraneo alle normative della legge vigente, alla convivenza civile e alle aspettative condivise di quanti interagiscono col dialogo aperto, franco, leale e talvolta coraggioso perché è contro il muro della sottocultura. Il gruppo sociale è parte essenziale, fondamentale, della nostra vita.

Siamo nati nel gruppo biologico padre-madre, e abbiamo aperto, con la vita sociale familiare e con l’istruzione, un percorso di crescita umana, culturale, sana, di condivisione con altri gruppi. Ma i vari percorsi di vita si presentano spesso, per abitudine consolidata, difficili; cambiano culture e comportamenti a seconda degli interessi personali avulsi da quelli della collettività, e si finisce per pagarne lo scotto con la trasformazione della nostra esistenza in una giungla di atti fuori da ogni logica, nella certezza del complice silenzio.

E così, le cronache raccontano un crimine commesso e tutelato dal buio pesto delle bocche cucite, denunciano le difficoltà di indagini, per l’identificazione del colpevole, nel clima di omertà che rende quasi impossibile (se non dopo lunghe e complesse operazioni investigative) risalire a indizi, tracce, cause e moventi: tutti elementi essenziali in una inchiesta giudiziaria. Il recente assassinio a Favara dell’ex presidente del favarese Consiglio comunale , Salvatore Lupo, ha posto in evidenza il clima di omertà (e ricordiamo la sparizione nel nulla, con conseguente muro di omertà, della piccola Denise Pipitone di Mazara del Vallo) nell’ambito del quale nessuno  assiste alla scena del crimine, né sente gli spari, o testimonia di aver assistito a un rapimento, e nessuno dà dichiarazioni spontanee, così rendendosi moralmente  responsabile di ampliare ulteriormente il raggio criminoso.

Il cosiddetto fenomeno omertoso su episodi che culminano in omicidi per motivi criminali o personali, ed anche per questioni di famiglia, ha caratteristiche identiche e senza confine dal nord al sud, ma con una differenza morale sostanziale: al nord il silenzio sull’evento criminale non è definito “omertà” ma lo stesso evento viene prudentemente inserito tra misteriose circostanze, o in indagini complesse; e succede che di fronte a un atto delittuoso (o all’improvvisa sparizione di una persona) non c’è nessuno che dichiari di aver visto e sentito alcunché, pure se delitto o sparizione nulla hanno a che fare con la criminalità, trattandosi per lo più di donne casalinghe, operaie o professioniste, e di genitori uccisi dai figli durante infuocati litigi.

Vittime di follia o di raptus, come si scrive sui giornali, e tante altre persone  sparite nel nulla e nel silenzio generale, vengono poi ritrovate, dopo tanto tempo di ricerca,  senza più anima galleggianti nei fumi o nei corsi d’acqua di campagna. Chi dichiara di non aver  visto né sentito, è pronto soltanto al comodo indispensabile “peccato, era una brava persona”, trincerandosi poi nel clima omertoso. Succede, quindi, al nord come al sud che la tenace omertà senza confine coinvolga e condizioni numerose fasce sociali, come si evince dal triste bilancio nelle cronache di ogni giorno.

L’omertà, segno di complicità, anche se fosse involontaria e di paura, ha radici ramificate nel tempo e affondano principalmente nel sottobosco culturale incapace di trovare aspettative di buona socializzazione e comunicazione. Ma in questi nostri tempi in cui siamo stravolti dalle varie e difficoltose dinamiche sociali, le antiche radici continuano a resistere e a contaminare di asocialità, indifferenza, egoismo (al di là dello spreco di belle parole rivolte ai rapporti umani da ricomporre per una più forte  integrazione tra gruppi sociali). E l’omertà rimane più che mai una piaga sociale che necessita attenzione.

Iniziando, oltre dalle istituzioni, con l’ottima educazione culturale e civica  –  e che apra, unitamente ai tanti appelli contro le mafie lanciati in questi ultimi anni nelle città – le menti e le intelligenze a un futuro di convivenza civile nelle scuole e nelle università dove l’insegnamento della sociologia non dovrebbe fermarsi solo all’esame di metodi tecnologici tra evento e effetto. Ma aprire tra docente e studente il dialogo più approfondito sulle cause reali e motivazioni di disagio psicologico nei diversi gruppi sociali e che trasformano in negativo in nostro modo di essere nella società umana come la nostra, in continua trasformazione nel bene e nel male.

 


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