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VIDEO| Duro colpo alla mafia a Palermo, smantellato il clan del Villaggio Santa Rosalia: 26 arresti

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Duro colpo alla mafia a Palermo dove, nell’ambito di una maxi retata, sono finite in carcere 25 persone, una ai domiciliari mentre per altre sette è scattato il divieto di di esercitare attività imprenditoriali. L’operazione è stata effettuata dalla guardia di finanza su provvedimento emesso dal gip, su richiesta della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia. Gli indagati sono indiziati, a vario titolo, dei reati di partecipazione e concorso esterno in associazione mafiosa, con l’aggravante dell’associazione armata, trasferimento fraudolento di valori al fine di agevolare Cosa Nostra, e traffico di stupefacenti con l’utilizzo del metodo mafioso.

Sono state inoltre sequestrate 6 attività commerciali del settore della ristorazione, del commercio al dettaglio di generi alimentari, del trasporto merci su strada e del movimento terra, per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro. Nell’operazione sono stati impiegati 220 militari della Guardia di Finanza, in forza ai Reparti di Palermo, Caltanissetta, Agrigento, Siracusa e Trapani, che in queste ore stanno effettuando numerose perquisizioni nei luoghi nella disponibilità degli indagati. Le indagini avrebbero permesso di “ricostruire l’esistenza di consolidate e capillari dinamiche criminali legate all’esercizio di un penetrante potere di controllo economico del territorio esercitato nel quartiere Villaggio Santa Rosalia da parte dell’omonima famiglia mafiosa, inserita nel mandamento di Pagliarelli”.

Al vertice del clan si collocherebbe uno degli uomini d’onore più influenti all’interno di Cosa Nostra palermitana “il quale, nonostante lo stato detentivo cui è sottoposto, confermandosi – come riconosciuto dal gip nell’ordinanza cautelare – protervamente ed irriducibilmente mafioso” avrebbe conservato la propria leadership mantenendo rapporti diretti e indiretti con i suoi storici sodali e con altri soggetti “contigui” alla consorteria. Secondo gli investigatori, le decisioni strategiche necessarie alla prosecuzione delle attività associative dell’articolazione territoriale di Cosa Nostra sarebbero state assunte direttamente dagli esponenti “di vertice” della famiglia mafiosa detenuti, attraverso messaggi e direttive veicolati all’esterno della struttura carceraria.

In particolare, il figlio del presunto capofamiglia – appartenente alle nuove leve di Cosa nostra – sarebbe stato investito “di una funzione di supplenza rispetto al padre, curando gli interessi mafiosi ed economico-criminali della consorteria sul territorio, anche grazie al supporto di un altro giovane affiliato, che avrebbe svolto il ruolo di ‘braccio operativo’ con funzioni di raccordo con i vertici della famiglia”.

Gli elementi acquisiti allo stato delle indagini avrebbero fatto emergere che il presunto capofamiglia detenuto grazie al continuo flusso di informazioni “a lui veicolato dal figlio, sarebbe stato posto nelle condizioni di continuare ad esercitare il controllo del territorio, riaffermando costantemente il suo ruolo e contrastando i tentativi di altri esponenti mafiosi volti a limitarne l’azione in considerazione dello stato detentivo”. Sempre secondo le ricostruzioni dei Baschi Verdi, le riunioni del clan sarebbero state convocate attraverso videochiamate partite direttamente dal carcere. Dalle indagini emergerebbe il controllo capillare del territorio per mettere in atto le estorsioni nei confronti dei commercianti attraverso “forme di controllo delle postazioni per la vendita ambulante del pane, con episodi anche di imposizione del prezzo di vendita dei prodotti; un vero e proprio monopolio della fornitura di fiori presso una rete di venditori palermitani ubicati in prossimità delle aree cimiteriali di Sant’Orsola e Santa Maria dei Rotoli, a favore di imprese ragusane, emanazioni di esponenti mafiosi di quel territorio legati al clan stiddaro Carbonaro-Dominante di Vittoria (RG)”.

“Specifiche autorizzazioni per l’apertura di negozi ovvero per il cambio della loro gestione, con l’imposizione di ditte e tecnici per la realizzazione di lavori nei locali commerciali; pressanti ingerenze nella conclusione e realizzazioni di affari immobiliari a favore di soggetti inseriti o contigui alla consorteria mafiosa, destinatari per questo di una rivendicata prelazione ambientale; posizioni dominanti di aziende operanti nel settore edile e del movimento terra, direttamente riconducibili agli interessi della famiglia mafiosa, tanto da poter essere considerate – come affermato dal GIP – ‘vera e propria articolazione imprenditoriale del mandamento di Pagliarelli’“.

Gli elementi d’indagine acquisiti farebbero emergere anche forme di gestione dell’ordine pubblico locale da parte di esponenti di vertice della famiglia mafiosa, chiamati a dirimere controversie e rivendicazioni tra privati, la cui decisione viene poi accettata di buon grado dalle parti interessate. Altro strumento di realizzazione del controllo mafioso del tessuto economico commerciale del territorio di competenza della famiglia del Villaggio Santa Rosalia sarebbe stata la gestione di riserve di denaro contante nella disponibilità di alcuni indagati, utilizzate per assicurare sostegno economico agli altri sodali e per la concessione di prestiti, anche senza interessi, a soggetti in difficoltà.

Non solo pizzo, pure fiumi di droga. La profonda compenetrazione del tessuto economico avrebbe poi generato sistematiche forme di contribuzione a favore della famiglia mafiosa da parte degli imprenditori del quartiere, secondo lo schema dell’estorsione ambientale, utilizzate anche per garantire il sostentamento dei detenuti e dei loro familiari. Infine, le attività investigative avrebbero permesso di accertare che una delle figure apicali della famiglia del Villaggio Santa Rosalia avrebbe organizzato uno strutturato traffico di cocaina dalla Calabria, volto a rifornire le piazze di spaccio palermitane e del Trapanese.

In particolare sarebbe stato pattuito con i fornitori calabresi l’acquisto di un ingente quantitativo di cocaina, a fronte del pagamento complessivo di un prezzo di 700.000 euro. A riscontro dell’accordo è stato effettuato un intervento delle Fiamme Gialle che ha portato al sequestro di circa 7 chili di cocaina e all’arresto in flagranza del corriere. Venti dei soggetti colpiti dalla misura cautelare, infine, risulterebbero percepire direttamente o tramite il proprio nucleo familiare il “reddito di cittadinanza”, beneficio che, in conformità alle disposizioni vigenti, verrà immediatamente sospeso.

 

 

 

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