“Abbiamo denominato l’operazione ‘Stirpe’ proprio perché la tradizione è una delle radici fondamentali di Cosa nostra palermitana. Noi la combattiamo seguendo queste radici per essere sempre più efficaci nella lotta e nella liberazione della comunità da questa piaga”. Così il generale Arturo Guarino, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo, commenta il blitz che ha decapitato il vertice del mandamento di Ciaculli. A capo, per gli investigatori dell’Arma, c’era Giuseppe Greco, 63 anni, figlio di Salvatore, detto ‘il senatore’, fratello di Michele Greco, il “Papa” di Ciaculli.
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Era proprio lui ad aver preso il testimone dal cugino Leandro, il giovanissimo referente della commissione provinciale di Cosa nostra finito in manette nell’ambito dall’operazione ‘Cupola 2.0’ del 2018. “Dopo l’arresto di Leandro – spiegano gli investigatori – è stato possibile accertare il mandamento è stato retto da Giuseppe che si è occupato di relazionarsi con le dipendenti famiglie mafiose di Brancaccio, Roccella e Corso dei Mille”. Il presupposto per assicurare nel tempo ai due l’egemonia sulle altre famiglie era assicurato proprio dal rapporto di parentela con lo storico boss Michele Greco, il “Papa” di Cosa nostra.
Narcotraffico. La droga a Palermo arrivava direttamente dalla Calabria. GiuseppeGreco sarebbe riuscito, infatti, a intrecciare un rapporto di coordinamento tra i mandamenti palermitani per acquistare all’ingrosso stupefacenti dalla ‘ndrangheta calabrese, il più grande importatore in Italia di cocaina. A tenere aperto il canale di comunicazione con gli esponenti calabresi sarebbe stato proprio Ignazio Ingrassia, influente e anziano esponente del mandamento di Ciaculli, che “ha dato prova anche in altre circostanze di possedere un ramificato e ampio circuito relazionale” con membri di diverse altre organizzazioni criminali.
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Estorsioni. Cosa nostra fiaccata da blitz e arresti doveva fare i conti anche con i detenuti e le loro famiglie da sostenere. Un chiodo fisso per i mafiosi del mandamento di Ciaculli. “Tu sei a Ciaculli e tu fai questo lavoro… devi garantire i nostri carcerati – dicevano i boss non sapendo di essere intercettati – ti offendi che ogni mese vieni da noi altri e ci dai… se dice, ma io non… non ti seccare fratello, prenditi la casa e venditela e vattene. Perché ti do fuoco, io ti do fuoco con te dentro… al mese devi mettere da parte una cifra per i carcerati”.
Durante il lockdown i commercianti avevano più difficoltà a pagare e a loro volta gli uomini di Cosa nostra avevano difficoltà a riscuotere il pizzo. Dovevano giustificarsi con i parenti dei detenuti e affrontare le minacce delle mogli che dicevano “se non arrivano i soldi sapete cosa ci resta da fare”, alludendo alla possibilità che i familiari si pentissero.